DARSI IN AFFITTO

Raramente in un’azienda privata, specialmente di grandi dimensioni, gli obiettivi di crescita personale coincidono con gli obiettivi aziendali. Eppure per milioni di motivi ci sono tante persone che lavorano in una grossa azienda anziché come imprenditori o artigiani o simili.
Il problema è che quando si lavora per l’obiettivo di un altro non si può essere felici a meno che non si condivida lo stesso obiettivo. Un problema ancora più grave è che la stragrande maggioranza delle persone neanche sa quale sia il proprio obiettivo. Molto raramente qualcuno mostra un vero interesse per la propria crescita personale. Il più delle volte ci si affida a fattori esterni o si è in balia di eventi esterni.
Può succedere che per un periodo lavorativo gli obiettivi personali non coincidano con quelli aziendali, ma generalmente, più uno cresce dentro di sé come persona e più il modello esterno si adegua di conseguenza, perché la persona acquisisce più dignità, più carisma e diventa più decisivo e più determinante.
Quando per lunghi periodi gli obiettivi personali non coincidono con quelli aziendali c’è da farsi qualche domanda. Nel mentre, per migliorare la situazione, c’è un piccolissimo trucchetto, facile da imparare: giocare la parte dello spettatore attivo. Tradotto in parole semplici: darsi in affitto. Fare quello che si deve fare, ma con la consapevolezza che si tratta di un gioco.
Questo giochetto riesce a trasmutare molte situazioni tragicomiche.

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LA SOGLIA DI CONVENIENZA

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Meglio accettare un lavoro di poche ore alla settimana e scomodo dal punto di vista del raggiungimento del luogo di lavoro oppure rifiutare confidando di ricevere un’offerta migliore nel giro di poco tempo?

Meglio un lavoro precario ma ben retribuito o uno più stabile ma meno retribuito?

E cosa succede quando si intrecciano più variabili? Cosa succede quando entra in gioco, ad esempio, una proposta rischiosa ma che nel lungo termine potrebbe portare proprio a quella posizione lavorativa tanto desiderata?

Sappiamo che prendere una decisione è spesso un processo molto difficile ma sappiamo anche che non decidere è la cosa peggiore perché nel frattempo tutto rimane bloccato ed inaccessibile.

Per questo motivo mettiamo al vostro servizio la nostra esperienza e vi forniamo gli strumenti più adeguati per effettuare in autonomia le vostre scelte liberi dall’ansia di sbagliare. Contattateci!

ATTRAVERSO LO SPECCHIO

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«Quando uso una parola», Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, «essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno.»
«La domanda è», rispose Alice, «se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi.»
«La domanda è,» replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda – tutto qui.»

Una delle principali convinzioni in merito alla ricerca di lavoro, molto difficile da sradicare, è che sia impossibile entrare in alcuni ambienti. Molti sono convinti che ci siano alcuni tipi di lavoro ai quali è impossibile accedere senza una raccomandazione.

E’ un concetto totalmente fuorviante. Quel lavoro “impossibile da ottenere” si trova semplicemente dall’altra parte dello specchio.

Ci sono alcune parole, alcuni piccoli stratagemmi, alcuni piccoli artifici (anche grafici) che, applicati al Curriculum Vitae e alla lettera di presentazione, ci permettono di entrare in contatto con quel mondo che ci sembra tanto lontano.

E’ come se si trattasse di una parola d’ordine per accedere ad un club molto esclusivo. Ed è una parola d’ordine così semplice che ci si potrebbe stupire di non averla mai pensata prima. Ma non è uguale per tutti: è la VOSTRA!

Contattateci in privato per scoprire insieme a noi come usare correttamente le parole più efficaci.

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La chioma di un albero è importante tanto quanto le sue radici. Chi si ferma all’esteriorità noterà subito la chioma. Chi ha necessità di sondare cosa avviene nel profondo, farà attenzione alle radici.

Ognuna/o di noi ha delle radici. Ha un posto che considera il suo. Nei momenti di raccoglimento, una stanza in cui si rifugia per stare da sola/o con se stessa/o. Nei momenti di apertura, una casa in cui accogliere le persone amiche. Nei momenti di creatività, un locale in cui creare qualcosa da donare a se stessi o al mondo.

Quel posto ha un nome. Ha un indirizzo. Ha un numero di telefono.

Avete mai visto un professionista famoso, un avvocato, un medico, che nel suo biglietto da visita non indichi un recapito? Un indirizzo, un numero di telefono della sede in cui potete trovarlo quando avete bisogno di una sua consulenza?

Più ci avviciniamo a quello che è il nostro ruolo nel mondo, più il nostro lavoro coincide con le nostre radici. Arriviamo ad un punto in cui l’ambiente in cui lavoriamo dice qualcosa di noi tanto quanto la nostra espressione facciale o il nostro abbigliamento.

Crediamo, davvero, che questi aspetti non vengano valutati nella lettura di un Curriculum Vitae?

Allora sforziamoci di riflettere su due convinzioni limitanti che a volte sfoggiamo, quasi con superiorità, considerandoci moderni, spesso anche incentivati dai media.

Il primo aspetto: “non ho un numero di telefono fisso perché tanto ormai si usa solo il cellulare”. Hai mai pensato a come può reagire un selezionatore quando legge sul CV che non hai un numero di telefono fisso? Hai mai pensato che questo aspetto possa essere collegato al fatto che non hai un luogo che consideri tuo, che non hai un tuo centro, che non hai una casa in cui costruirti una stabilità ed una serenità che ti consentano di andare a letto tranquillo alla sera e svegliarti alla mattina pronto per una giornata di lavoro?

Il secondo aspetto: “non scrivo sul CV che sono automunito perché avere la macchina è una cosa del passato, nel mondo di oggi non serve più”. Hai mai pensato che il tuo CV, anche validissimo, potrebbe essere scartato proprio per questo motivo? Se il datore di lavoro ha bisogno che tu ti rechi in un determinato posto in tempi rapidissimi (a causa, magari, di uno sciopero dei mezzi o del fatto che fuori dalle grandi città i collegamenti non sono sempre perfetti), come può affidarti il lavoro se sei convinto che non ti serva avere la macchina?

Ti abbiamo svelato gratuitamente due piccoli (ma grandi) segreti che potrebbero aprirti tante strade. Per favore, riflettici su. Puoi anche non essere d’accordo, ma prenditi un momento per pensare a questi aspetti. Sono solo due. Ce ne sarebbero altri cento.

Se sei pronto a lavorare su questi ed altri aspetti, contattaci in privato e ti aiuteremo ad individuare alcune limitazioni alle quali forse non avevi mai pensato.

LA GRANDE MESSINSCENA

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Dopo tanti anni di gavetta, un attore che fino ad allora aveva ottenuto solo ruoli secondari era finalmente riuscito ad entrare nel cast di un importante spettacolo teatrale. Era una persona molto ambiziosa e non riusciva a gioire dell’importante traguardo raggiunto: era troppo concentrato sul fatto che il suo era un ruolo da comprimario, che molti altri attori in scena avevano più battute di lui e che l’attore principale, secondo lui, non si era guadagnato il proprio ruolo per bravura ma per esclusivamente per rapporti di parentela e per la sua tendenza all’adulazione.

La sera del grande esordio tutti nel cast erano emozionati e felici. Gli attori principali ostentavano sicurezza ma sentivano forte la pressione dentro di sé. Tra le comparse, poi, l’agitazione era palpabile: erano ragazzi del luogo, che da mesi preparavano il momento dell’entrata in scena e si sentivano felici anche soltanto di poter festeggiare, quella sera, brindando insieme agli attori principali, a fine spettacolo.

Tutti insomma, dagli attori di successo e abbondantemente remunerati, fino a chi cercava in quella serata soltanto un piccolo momento di gloria e di riscatto, erano pienamente consapevoli del proprio ruolo ed erano eccitati all’idea di poterlo portare sul palcoscenico.

Nel bel mezzo della rappresentazione, in un teatro importante e colmo di spettatori, era giunto il momento in cui l’attore frustrato doveva entrare in scena. Fino a quel momento era rimasto per conto suo dietro le quinte. Non aveva parlato con nessuno quella sera. Dentro di sé era pieno di rabbia. Aveva studiato per un numero di anni molto superiore a quello degli altri. Aveva incontrato, durante la sua carriera, attori che a suo dire erano molto meno preparati di lui. Si trovava in un teatro importante e gremito di spettatori ma il suo ruolo gli imponeva di salire sul palco solo per pochi istanti, in una scena nella quale non avrebbe sicuramente ricevuto applausi.

Nel frattempo, sul palco si stava svolgendo lo spettacolo. Gli attori erano concentrati e cercavano di dare il meglio. Erano attori d’esperienza e nessuno di loro si lasciava cogliere di sorpresa dai piccoli inconvenienti di scena che possono capitare anche negli spettacoli più importanti. Il meccanismo ormai rodato sembrava girare alla perfezione. Ma nulla di tutto ciò sembrava interessare al povero attore frustrato, che se ne stava dietro le quinte in un mondo tutto suo, completamente indifferente agli attori sul palco e alla magica alchimia tra di loro.

Era così concentrato su di sé che, quando era giunto il suo momento, non era salito sul palco. Lo incitavano, ma lui sembrava non accorgersene. La sua presenza, in quel momento, era fondamentale: doveva recitare un piccolo monologo e concludere con una battuta che serviva da lancio per una delle scene principali. Senza il suo contributo, l’importante spettacolo avrebbe potuto prendere una brutta piega.

Dopo alcuni istanti (molti più del dovuto) l’attore principale aveva dovuto prendere una decisione: improvvisare alcune battute del monologo dell’attore che non era salito sul palco, e proseguire come se niente fosse.

Lo spettacolo era andato avanti. Si era concluso positivamente. Critica e pubblico avevano applaudito. Tutto il cast aveva brindato fino a tarda notte. L’attore frustrato che non era salito sul palco era stato estromesso dalla compagnia e la sua carriera teatrale, costruita con grandi e ripetuti sforzi, era distrutta nel giro di pochi istanti.

Il mondo è una grande rappresentazione. Una messinscena. Ognuno è un attore. Ognuno ha il proprio ruolo. Ogni piccola azione di ognuno è segretamente e profondamente concatenata con quella di qualcun altro, in un complesso e meraviglioso meccanismo.

La scelta professionale di ogni singolo individuo è intimamente connessa con il lavoro svolto da tutti gli altri. Se salta un anello della catena, può saltare tutta la catena. Difficilmente salta, perché, se c’è interesse a portare avanti la messinscena fino alla fine, c’è sempre qualcuno che riesce in qualche modo a sopperire alle carenze di altri attori del cast.

Il singolo attore che indugia sui propri limiti e si estranea dallo spettacolo per crogiolarsi nella propria frustrazione rovina il compimento di se stesso e mette in difficoltà la riuscita del piano che riguarda tutti gli altri.

E’ estremamente importante riconoscere in noi tutto ciò che ci limita. E’ fondamentale superare tutto ciò che ci impedisce di essere veramente ciò che siamo e che ci allontana dagli altri e dal compimento di ciò che siamo chiamati a fare.

LE CARTE VINCENTI

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In fase di selezione:
– il 50% lo fa un buon CV, scritto nel modo giusto, con alcuni “trucchetti” per indirizzare la lettura nel modo per noi più favorevole;
– il 20% lo fa una lettera di presentazione in grado di evidenziare le specificità del singolo individuo;
– il 20% lo fa la biografia professionale. Non serve che sia scritta: è importante, però, che il candidato sappia raccontare di sé in modo coerente e fluido e senza lasciar trasparire buchi nella propria storia;
– solo il restante 10% è affidato al “caso”, che poi “caso” non è, ma è solo l’insieme delle circostanze esterne.

Si capisce subito che un 10% di circostanze esterne nulla può contro un 90% di aspetti fondamentali preparati bene.

Scriveteci in privato per una consulenza specialistica mirata sulle specificità del singolo!

COME SIAMO ARRIVATI QUI

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Ogni epoca ha i suoi pro e i suoi contro. Per questo è importante non giudicare e mantenere un atteggiamento equanime verso tutto ciò che ci ha portati all’odierna situazione del mondo del lavoro.

Ci permettiamo di trattare alcuni aspetti che secondo noi hanno contribuito alla situazione attuale.

All’epoca dei nostri nonni, in pieno boom economico, chi aveva un minimo di voglia di lavorare non aveva difficoltà a trovare un lavoro o a crearselo. Era il periodo d’oro delle fabbriche: veri e propri nuclei che integravano o addirittura (portati all’estremo) sostituivano la famiglia. Lo scenario non era globale come ora: era difficile che un prodotto arrivasse dall’altra parte del mondo. Le fabbriche erano quindi dislocate un po’ ovunque. Anche la politica (senza entrare in giudizi di merito) favoriva quella situazione: creare fabbriche significava dare ad ognuno un salario, significava diminuire la delinquenza, significava esercitare un maggiore controllo sociale. Se utili dal punto di vista della società, alcune attività venivano portate avanti anche in perdita. Di fatto, c’è stato un lungo periodo (più di una generazione) in cui avere un lavoro era diventato la norma.

Sul finire del secolo scorso la situazione era già più globale. Le fabbriche si stavano spostando sempre più verso i Paesi emergenti. Qualcuno perdeva il posto di lavoro, ma esisteva ancora una rete di protezione costituita dal collocamento pubblico. Erano anni in cui l’economia era mantenuta viva dal forte aumento dei consumi e della spesa pubblica. Il “debito” non faceva paura come ora. Un forte debito era normale per uno Stato così come per alcuni tipi di aziende (parzialmente o interamente finanziate e/o controllate dallo Stato): l’imperativo era far sì che, comunque, le famiglie avessero un reddito e quindi dei soldi da spendere.

Certamente questo sistema presentava alcuni lati criticabili: specialmente nelle grosse aziende, il numero di lavoratori era in enorme soprannumero rispetto all’effettiva necessità. Era l’epoca in cui nascevano le classiche situazioni che tutti sappiamo, col papà che veniva a casa e diceva alla mamma: “Io lavoro mentre i miei colleghi leggono il giornale”, oppure: “Da noi c’è uno che lavora e tre che guardano”. L’aspettativa dei nostri genitori, quella che consapevolmente o inconsapevolmente hanno trasmesso a noi, era comunque qualcosa del tipo: trovare un lavoro, mantenerlo, arrivare indenni alla pensione.

Negli ultimi vent’anni la situazione è degenerata (non approfondiamo ulteriormente perché, come detto prima, lo scopo non è dare giudizi del tipo “si stava meglio prima” o “si sta meglio ora”) e siamo arrivati alla situazione attuale. Gli scenari sono cambiati: è inutile negare che il grosso dei numeri, quando si parla di lavoro dipendente, è dato dalle fabbriche. Se la produzione, nei Paesi economicamente più avanzati, non è più l’attività predominante, è ovvio che si perderanno posti di lavoro che non saranno più recuperati.

Entro 20 anni, massimo 50, ci saranno sicuramente dei provvedimenti: la strada maggiormente ipotizzabile, e di fatto l’unica che verrà sicuramente presa in considerazione, sarà limitare l’intervento umano a quei lavori, altamente specializzati, per i quali la figura umana è insostituibile. Di fatto, l’economia e la tecnologia si alimenteranno da sole. Nessuno lavorerà più le classiche “otto ore al giorno”. Ognuno disporrà di un reddito minimo.

Ma noi viviamo nel presente. In questo sistema, giusto o sbagliato ma sicuramente in divenire, in cui lavorare le classiche “otto ore al giorno” è ancora fondamentale e necessario.

Molti di noi non sono cresciuti in un ambiente famigliare in cui il lavoro era visto come il pieno compimento delle capacità e dei talenti di ognuno. Non possiamo più pensare di trovare un lavoro, tenercelo stretto e tirare indenni fino alla pensione (che non sappiamo neanche se e quando ci sarà). Dobbiamo guardarci dentro e capire qual è il nostro talento. Qual è quella cosa preziosa, unica, insostituibile, che possiamo fare soltanto noi.

Commentate, se volete, e diteci come la pensate su questo complesso ed affascinante argomento. Oppure scriveteci in privato e inizieremo insieme un percorso alla scoperta dei preziosi ed insostituibili talenti di ognuno.